Grazie alla proposta di prodotti sempre più raffinati e di design, l’universo dell’outdoor sta ridefinendo il suo rapporto con l’indoor. Su questo e su altri temi abbiamo discusso con l’architetto Marco Marin
Nell’ambito della progettazione di design, quando l’outdoor comincia a delinearsi come un settore degno di attenzione?
Grazie alla mia lunga collaborazione con Emu, è un settore che seguo da molti anni e quindi posso dire che la sua evoluzione dura da oltre trent’anni. Quando ho incominciato ad occuparmi di outdoor le aziende di questo settore erano molte di meno e l’offerta merceologica era decisamente inferiore. L’arredamento outdoor al tempo era soprattutto destinato al contract, a ristoranti e a bar, meno indirizzato quindi alla sfera domestica. Poi le persone hanno cominciato a dare un valore anche all’esterno ossia a voler arredare anche la terrazza di casa, il giardino ecc con prodotti di qualità estetica e funzionale. È stato un processo lento ma in crescita costante che ci ha portato alla situazione attuale in cui l’attenzione per l’outdoor è addirittura simile a quella che si presta agli interni. A conferma di ciò vi è il fatto che oggi molte aziende tendono a realizzare prodotti adatti ad entrambi gli ambiti. È chiaro comunque che anche negli anni ‘50 e ‘60 c’erano arredamenti outdoor (ombrelloni, sdraio ecc) ma erano pezzi riservati ad un ristretto numero di persone, alle classi più elevate insomma. Come detto, l’outdoor si trasforma da fenomeno elitario in fenomeno di massa circa 30 anni fa.
Oggi l’outdoor è un settore in decisa ascesa. Come spiega questo fenomeno? Pensa che il periodo della pandemia abbia favorito la sua crescita?
Sicuramente durante la pandemia abbiamo assistito ad una crescita smisurata della richiesta di elementi per l’outdoor, tanto che questo grande interesse ha un po’ falsato le previsioni di vendita per gli anni seguenti, producendo una specie di bolla. Durante il periodo del covid, la gente viveva l’esterno come uno spazio di grande libertà sia che avesse a disposizione un piccolo balcone che un grande giardino. Questo ha fatto sì che desiderasse curarlo nei minimi dettagli spendendo quei soldi che per ragioni di forza maggiore non poteva destinare ad altri ambiti merceologici. Il risultato è stato che ogni articolo destinato all’outdoor si vendeva molto facilmente. Una situazione che però, come ho già affermato, non si è più ripetuta, tanto che nel periodo post pandemico il settore ha segnato una decrescita.

Come si sta caratterizzando a livello progettuale il rapporto tra indoor e outdoor? Si tende sempre a considerali come spazi diversi e separati oppure ritiene che tra i due si stia verificando una sorta di osmosi, di continuità?
Oggi non c’è più una netta distinzione tra indoor e outdoor una cosa evidente anche dalla qualità estetica dei prodotti outdoor che li rende utilizzabili anche in interni.
Può cambiare ovviamente la tipologia di materiali impiegati perché l’outdoor necessita di materiali resistenti alle intemperie e ai raggi UV ecc o parlando di divani, possono variare le imbottiture e i sistemi per isolare la parte interna dei cuscini, ma da un punto di vista estetico la sensazione è che i prodotti per interni ed esterni siano proprio simili. A proposito della continuità tra i due spazi, direi che il tessuto sta svolgendo un ruolo molto importante in questo processo. La varietà di tessuti che oggi le aziende outdoor propongono è simile a quella per l’indoor. 20 o 30 anni fa la gamma di tessuti per l’outdoor era molto limitata, oggi invece i designer hanno cominciato a disegnare i prodotti outdoor e grazie al loro lavoro, i tessuti sintetici utilizzati per l’outdoor vengono resi sempre più simili a quelli naturali che sono quelli che in genere utilizziamo per gli interni.
Quanto è importante il tema dell’ecosostenibilità nell’ambito dell’outdoor?
Sempre di più le aziende prendono in considerazione questo aspetto, ma a dire il vero sono convinto che l’acquisto finale sia sempre determinato da fattori che riguardano i costi e l’estetica del prodotto. È chiaro comunque che l’ecosostenibilità è un valore aggiunto ma non il predominante.
Qualunque azienda pone in evidenza i propri metodi di produzione rispettosi dell’ambiente e delle normative vigenti e lo fa anche per ragioni di comunicazione, visto che da parte delle persone l’attenzione al tema è alta. Ma, al di là delle vere ragioni che spingono le aziende a compiere scelte ecosostenibili, direi che l’importante è che le si faccia perché questo ha comunque effetti positivi sull’ambiente.

Come si sta evolvendo la ricerca e la sperimentazione di nuovi materiali nell’ambito dell’outdoor?
Riguardo alla sperimentazione sui materiali direi che non c’è in atto niente di rivoluzionario ma la ricerca, attraverso l’apporto della tecnologia, sta evolvendo: penso a particolari vernici da utilizzare sui metalli, tessuti che hanno delle caratteristiche tecniche che li rendono più resistenti all’esterno ecc.. Un progresso tecnologico che però è impercettibile sul piano estetico. Un’evoluzione importante che ho notato in questi anni è stata la scelta di disegnare divani per l’outdoor che 20 o 30 anni fa non era presa in esame. I fabbricanti di prodotti outdoor, se seri, conoscono tutte le caratteristiche tecniche che i prodotti outdoor devono avere, ma è vero che le persone quando devono acquistare, si basano soprattutto sull’estetica che deve essere accattivante. E l’estetica, come abbiamo visto, è sempre più vicina a quella del mondo indoor.
L’outdoor secondo Marco Marin: come si è evoluta nel tempo la sua ricerca?
Il mio ingresso nel mondo dell’outdoor è avvenuto quasi casualmente quando ho iniziato a collaborare con Emu un marchio per il quale ho realizzato tantissimi progetti. Recentemente con il mio nuovo studio (LCM Marin) abbiamo assunto la direzione artistica di Lyxo, un nuovo marchio di arredamento outdoor che fa parte di Veca, un importante gruppo vicentino che produce plastica rotazionale, una tecnologia che, rispetto a quella a iniezione, ha tempi di lavorazione più lunghi ma che richiede meno investimenti in materia di stampi. L’offerta che il brand propone è molto ampia e include sedute, divani, tavoli, lampade, fioriere, sgabelli. Sono prodotti trasversali pensati per l’outdoor, ma che grazie alle loro forme e ai loro colori funzionano anche per l’indoor. Per quanto riguarda invece l’illuminazione ho collaborato con Brokis e Hind Rabii.
Esiste una continuità del suo stile nei due ambiti?
Si ogni designer ha un proprio approccio progettuale, una cifra stilistica che declina nei diversi ambiti, uno stilema infatti può essere riproposto su una sedia, su un divano su una lampada…
Quali sono a suo avviso gli elementi essenziali per un outdoor confortevole che favorisca l’interazione tra le persone?
Credo che come nel caso dell’indoor gli oggetti, oltre ad essere belli, debbano essere confortevoli che debbano cioè nascere da un insieme di elementi che li rendano esteticamente attraenti ma anche funzionali. Una sedia, ad esempio, per me deve avere un determinato rapporto di inclinazione tra seduta, schienale e altezza. Ci sono una serie di elementi imprescindibili di cui noi designer dobbiamo tenere conto nel nostro lavoro. Esistono poi dei vincoli, che vanno rispettati, relativi alla fattività del prodotto al suo costo, al tipo di mercato a cui esso è rivolto. Da un’azienda ad esempio potrei ricevere l’input di disegnare una sedia pieghevole di dimensioni ridotte adatta a un piccolo balcone oppure di disegnarne una di dimensioni generose da sistemare all’esterno di un grande albergo. Se la sedia che dovrei realizzare fosse invece per il mercato americano questo cambierebbe ancora la prospettiva. Insomma le variabili sono molte, ma è chiaro che la creatività si esercita anche attraverso questi vincoli.
Qual è a suo avviso lo stile (forme, colori ecc) dominante oggi nel settore outdoor e come definirebbe il suo di stile?
Non sono un esperto di tendenze, ma basandomi sulla mia esperienza potrei dire che, dal punto di vista dei colori, vanno molto quelli terrosi come il rosso borgogna o il rosso mattone, tinte che rimandano alla natura insomma. Questo riguarda le strutture dei prodotti e anche i tessuti. Per quanto concerne invece lo stile noto un’attenzione nei confronti di un design neutro, rassicurante. Detto questo ci sono anche i prodotti iconici, esteticamente più esuberanti, che devono comunicare in maniera forte e chiara l’identità dell’azienda che li produce.
È corretto secondo lei affermare che l’outdoor a livello stilistico, consente alle persone una maggiore libertà creativa rispetto all’indoor?
Non proprio. Come ho ribadito l’attenzione verso i due universi da parte delle persone oggi è massima. Concedersi una maggiore libertà creativa nell’outdoor da parte dei non addetti ai lavori porterebbe in alcuni casi a sconfinare nel kitsch e questo è un pericolo che tutti vogliono evitare.
Marco Marin
Cofondatore nel 1989 dello studio Chiaramonte Marin, Marco Marin si laurea a Venezia in Arti Visive con specializzazione in Disegno Industriale.
Nel 2020, insieme a Carolina e Lorenzo Marin, fonda LCM Marin Design Studio, uno studio che
opera nei settori dell’industrial, interior e graphic design, collaborando con prestigiose aziende
nazionali e internazionali nel mondo dell’arredamento e dell’illuminazione, tra cui Emu, Lyxo, Vistosi, Brokis, Hind Rabii, Barovier & Toso, Pallucco, Cattelan Italia, Bonaldo, Potocco, Jesse, Calligaris, Miniforms e Nason Moretti. La collaborazione trentennale con Emu, azienda leader nel settore dell’arredamento outdoor, ha
dato vita a numerosi prodotti che hanno segnato la storia del brand. Nel 2023 ha assunto la direzione artistica di Lyxo, brand del gruppo Veca. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti in concorsi nazionali e internazionali, tra cui l’Archiproducts Design Award, il German Design Award e il Wallpaper* Design Award. Suoi progetti sono stati esposti in prestigiosi musei come il Centre Pompidou di Parigi, il MoMA di San Francisco, il Museo del Vetro di Murano e il Museo Correr di Venezia.